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"Monchiero Carbone: tutta l'eleganza del Roero"

Autore/i: Associazione Italiana Sommelier - Torino

Tratto da: www.aistorino.it

Le Langhe sono la culla delle fortunate produzioni del Barolo e del Barbaresco, vini in cui il Nebbiolo, grande protagonista in Piemonte, raggiunge i suoi massimi livelli di potenzialità organolettica. Al di là del fiume Tanaro, sulla sua sinistra idrografica, inizia il territorio del Roero.

Di recente è stata avanzata la proposta di includere il territorio del Roero insieme a quello di Langhe e Monferrato nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO, a testimonianza della grande ricchezza storico-antropologica e delle bellezze paesaggistiche e architettoniche.

Barolo e Barbaresco hanno avuto meritata fortuna internazionale per la qualità
dei loro vini; il Roero non è stato finora capace di raggiungere tanta fama, ma quanto a qualità non ha nulla da invidiare ai più prestigiosi “cugini”.

La zona del Roero è in prevalenza collinosa ed è coltivata principalmente a frutteti e a vigneti: tutti i frutti della terra nel Roero arrivano a esprimersi a livello elevato perché i suoi terreni sono versatili e favoriscono i profumi, grazie alla grande presenza di calcare e di notevoli percentuali di sabbia. E proprio i profumi del Nebbiolo del Roero, che nasce su terreni molto sabbiosi, sono
una delle prerogative positive che questo territorio sa regalarci.
Tra i grandi produttori che operano in questo territorio c’è Monchiero Carbone. La storia vitivinicola di questa famiglia l’ha raccontata al pubblico in sala Francesco Monchiero.

Tutto parte dalla sua bisnonna, ostessa che acquista una vigna per poter servire ai suoi avventori il suo stesso vino. La produzione è apprezzata e così l’osteria viene venduta per poter dedicare alla vigne e al vino più tempo. I terreni danno i loro frutti, i Carbone ci sanno fare, il vino è buono e la storia continua, fino agli anni ’90 quando, contro la tendenza dell’Arneis imperante, i Monchiero decidono di investire ancor più nel vino rosso. Invece di acquistare barbatelle preconfezionate, decidono di produrle con i germogli delle loro viti più vecchie, quelle che la natura aveva selezionato, quelle che hanno dimostrato sinergia con le caratteristiche pedoclimatiche dell’ambiente, un’idea che testimonia la cura e l’attenzione alla qualità prima che al business.

Tuttavia, oltre al rispetto della tradizione, Francesco Monchiero non trascura l’innovazione e la modernità, che si manifestano, per esempio, nell’uso di barrique di rovere francese al posto della botte grande, caratteristica piemontese. La vinificazione è lunga (fino a 3 settimane) e la fermentazione malolattica avviene direttamente in botte.

In degustazione presso la sede AIS di Torino è stata presentata una verticale di Roero Printi, il top wine aziendale, dal 2006 al 1997, più un “fuoriquota”, il Roero Sru 1990. Si tratta di vini ricchi e tannici, con tutti gli influssi dei terreni argillosi e sabbiosi su cui sono stati coltivati, all’occhio mai esausti, ma sempre di un piacevole granato. I vini sono stati serviti in due batterie, nella prima i più giovani, nella seconda i più maturi. La degustazione si è rivelata estremamente interessante perché ha dato modo di scoprire la vera essenza di questa vigna al di là degli eventi climatici delle singole annate (peraltro minuziosamente ricordati da Francesco Monchiero) e dell’età delle singole bottiglie. Nei vini più giovani il tannino è ancora la forza maggiore in bocca e al naso prevalgo fiori, frutti, sentori di spezie delicate e sensazioni minerali.

 

L’uso della barrique è magistrale, il legno trasmette le sue sensazioni benefiche senza mai essere invadente e prendere il sopravvento. Il 2001 è lo spartiacque tra le due essenze del Nebbiolo che incontriamo in questa serata, quella giovanile e quella adulta. Dal 2001 andando a ritroso emergono più decise le note della terziarizzazione del Nebbiolo, le spezie giovani lasciano spazio a note più profonde, i frutti maturano e i fiori appassiscono. In bocca il tannino evolve e matura, creando vini equilibrati. Ogni vino ha le sue caratteristiche specifiche, i suoi sentori, ma dal primo all’ultimo passano in rassegna paesaggi olfattivi vasti e ricchi di particolari. Infine il 1990: una vera sorpresa. Nonostante i quasi vent’anni, è a giudizio di molti perfettamente piacevole (Francesco Monchiero dichiara di averlo portato per dimostrare che anche il Nebbiolo del Roero può resistere agli anni); ma soprattutto emerge con un carattere ben distinto, l’unico che sfugge al marchio che ha contraddistinto i Printi degustati in precedenza. E questa è un’altra emozionante scoperta: è bello avere la riconferma diretta che il terreno è alla fine il marchio indelebile che conferisce al vino la propria ricchezza.

 

FP

http://www.aistorino.it/racconti-di-degustazione/le-serate-in-sede/345-monchiero-carbone-tutta-leleganza-del-roero













 

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